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Bottom up – La terapia della memoria

Uno dei fini principali della psicoterapia è portare sollievo e miglioramento rispetto a memorie disturbanti. Spesso queste memorie fanno riferimento a eventi di vita, esperienze vissute che hanno generato dei circuiti chiusi di sofferenza che chiamiamo traumi. Essi altro non sono che un disturbo della memoria. Molte sono le ricerche che confermano come esperienze stressanti episodiche o continuative sia infantili che dell’adulto abbiano conseguenze estremamente negative per lo sviluppo e l’evoluzione della persona. Essi agiscono bottom up, cioè partendo da percezioni “basilari” che solo in un secondo momento coinvolgono razionalità, consapevolezza ed emozione.

Per trattare queste problematiche serve però un linguaggio adeguato. Il libro “Le pratiche Bottom up” recentemente pubblicato è frutto di una collaborazione di esperti rispetto ad esperienze, strumenti e approfondimenti in merito, alla quale ho avuto la fortuna di partecipare con un mio contributo: il trattamento di memorie disturbanti non può essere il ragionamento (i cosiddetti interventi top down, “dall’alto verso il basso”) ma un’insieme di strategie che parlano lo stesso linguaggio del trauma, Bottom up, cioè capaci di portare sollievo partendo “dal basso”, agendo direttamente sulla memoria.

Questo è un estratto:

La schiena se la grattava spesso con la tecnica degli orsi, il nonno. Quando il tempo cambiava lo stipite di qualsiasi porta poteva dare sollievo. Era come se quelle schegge prendessero vita con l’arrivo imminente della pioggia, li ricordo i suoi racconti. Quella granata esplosa “un po’ troppo vicina” riusciva quasi a benedirla, nel senso stretto del termine, riusciva bene a raccontarla. In effetti lo strazio subìto, si era tradotto in un viaggio, seppur difficile, di ritorno a casa, un movimento verso la propria sicurezza. Altre volte era diverso. Bastava il profumo di una minestra, la scorza di una patata, il rombo di un aereo. “Fumate, fumate! fumate il più possibile…ci ordinava il tenente”, e qui il racconto si interrompeva. Si toccava con mano un punto di non ritorno tra il bisogno di condividere e l’impossibilità di dire. Condividere sarebbe stato sentire che tutto ciò poteva far parte di una qualche forma di umanità. Ma era come se prima dovesse accadere qualcos’altro che per alcune memorie non accadeva mai…solo col tempo ho capito che non c’era soluzione per non sentire l’odore dei morti.

Il linguaggio del trauma è sottosopra. Esso è innescato e mantenuto da un cortocircuito della memoria…

Se ti interessa l’argomento e vorresti approfondire non esitare a contattarmi.

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